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ECONOMIA INTERNAZIONALE » Globalizzazione: conclusioni




Fonte: "Globalizzazione" di Luca De Benedictis e Rodolfo Helg


L'apertura è un obiettivo in sé?

La libertà che rende possibile l'integrazione economica è desiderabile in itself afferma l'Economist. Tale interpretazione propria della visione politica ed economica liberale non è di solito l'argomentazione usata dagli economisti a favore dei processi di liberalizzazione economica. Non vi è infatti alcun documento ufficiale di qualsivoglia istituzione internazionale o alcun contributo teorico che sostenga che l'integrazione internazionale sia da perseguire aprioristicamente. Bisogna distinguere tra fini e mezzi: l'argomento economico a favore dell'apertura si basa sulla tesi, radicata nella teoria e nell'esperienza di singoli paesi o di aree geografiche, che essa (il mezzo) permetta l'aumento del benessere materiale delle nazioni e degli individui (il fine). Ma essa - l'apertura - non è un unicum indistinto: la liberalizzazione degli scambi internazionali e la liberalizzazione finanziaria vanno ben distinte. Nessuna è un fine in itself, ognuna ha implicazioni e conseguenze che vanno ponderate nel perseguimento del benessere sociale e, infine, nessuna può sostituire più articolati progetti di sostegno allo sviluppo.

Sugli effetti di lungo periodo del libero commercio di beni abbiamo già discusso in precedenza, ciò su cui vorremmo soffermarci è sul come gestire il timing della fase di transizione (gradualità o big bang?), sul ranking della liberalizzazione dei mercati (aprire prima l'economia reale o la finanza?) e sui legami tra apertura commerciale, crescita e povertà. Rodrik sostiene che il Washington Consensus degli anni '80 e '90 abbia eccessivamente enfatizzato l'apertura commerciale a scapito della riduzione della povertà, sulla base che l'ipotetico legame causale da apertura commerciale a crescita economica e, da questa, a riduzione della povertà fosse non solo solido, ma anche privo di implicazioni indesiderate. In realtà, le politiche di apertura commerciale possono avere delle conseguenze negative nel breve periodo sul livello di povertà in alcune zone geografiche o su alcune fasce della popolazione di un paese. Un esempio è costituito dagli effetti della liberalizzazione mercati agricoli in alcuni PVS (McCulloch, Winters, Cirera). Una riduzione dei dazi sulle importazioni di dettate alimentari ne riduce i prezzi interni e l'effetto complessivo sui poveri dipenderà dalla combinazione di due effetti, quello sul reddito degli agricoltori e quello sul consumo delle famiglie. Esistono quindi degli evidenti trade-off di breve periodo tra politiche di liberalizzazione e politiche di riduzione della povertà, i quali hanno portato negli ultimi dieci anni alla elaborazione di quello che Rodrik chiama Augmented Washington Consensus che estende gli obiettivi delle politiche di intervento delle principali istituzioni internazionali, includendo, tra gli altri anche la riduzione della povertà.

Alcuni aspetti del processo di liberalizzazione finanziaria sono ancor più controversi. Come abbiamo detto, apertura commerciale e finanziaria non sono assimilabili, presentano alcune somiglianze ma anche notevoli differenze. In generale, le conseguenze dei movimenti internazionali di capitale in termini di chi guadagna e chi perde sono le stesse di quelle generate dal libero commercio internazionale di merci. Ci sono però a questo riguardo, due caratteristiche proprie dei movimenti di capitale che portano la teoria economica ad essere più cauta nel prospettare la ottimalità di una completa liberalizzazione. Innanzitutto, i movimenti di capitale finanziario sono inseriti in un contesto in cui vari sono i fallimenti di mercato e abbiamo evidenziato come la presenza di asimmetrie informative e incompletezza dei mercati determini il rafforzarsi e il mutare di caratteristiche di una patologia endemica come è la crisi finanziaria. Le esperienze degli ultimi vent'anni hanno mostrato come per i PVS le conseguenze di tali crisi possano essere devastanti. Un caso per tutti: nel Sud-Est asiatico dopo anni di risultati positivi in termini di riduzione della povertà, tra il 1997 ed il 1999 con il susseguirsi di crisi finanziarie questo processo si è rapidamente invertito. È solo dal 2000 che con la ripresa economica si è ritornati sul percorso virtuoso. Come sempre in economia ci si trova di fronte a dei trade-off, da una parte la libera circolazione internazionale dei capitali ha effetti positivi per la crescita della nazioni e permette l'afflusso di risorse finanziarie in paesi in eccesso di domanda, dall'altra, è la stesa teoria economica ad evidenziare la necessità di meccanismi istituzionali di controllo e di restrizioni alla libera circolazione dei capitali nel breve periodo. In secondo luogo, come si è visto, negli ultimi trent'anni il grado di mobilità internazionale dei fattori produttivi ha accresciuto il suo grado di asimmetria a favore del capitale e a discapito del lavoro. Tale mutamento non è di poco conto sia per le sue implicazioni fiscali che in termini di capacità di rispondere adeguatamente a shock avversi. Rodrik sostiene per esempio che la maggior mobilità relativa del capitale ha ridotto il potere contrattuale dei lavoratori determinando un aumento dell'elasticità del curva di domanda di lavoro rispetto al salario, ma l'evidenza empirica disponibile mostra che per i paesi analizzati questo effetto è molto debole. Più in generale il processo di integrazione dei mercati internazionali, come abbiamo già accennato, riduce i gradi di libertà nelle decisioni dei singoli governi nazionali. Da un lato, sono vincoli imposti alla sovranità nazionale dai mercati globali stessi (ad esempio, l'alta mobilità internazionale di un fattore produttivo riduce l'efficacia di politiche di regolamentazione). Dall'altro ci sono i vincoli imposti dagli accordi internazionali. Ne è un esempio il progressivo passaggio della liberalizzazione multilaterale da una fase in cui gli obblighi internazionali si fermavano alla frontiera (riduzione dei dazi e altre barriere al commercio) ad una fase in cui gli accordi prevedono l'armonizzazione di politiche tipicamente considerate di competenza nazionale (v. gli accordi in sede OMC sulla tutela della proprietà intellettuale). Nuovamente, bisogna valutare i costi ed i benefici delle opzioni disponibili e su questo piano il dibattito è tuttora aperto. Sul fronte delle richieste di maggiore armonizzazione internazionale l'approccio «una misura per tutti» è stato molto criticato per i costi eccessivi imposti ai PVS (Finger) ma soprattutto notevoli dubbi sono stati posti sulla opportunità di promuovere in modo generalizzato l'adozione di istituzioni di mercato - in materia di proprietà, innovazione, finanza - e di «non-mercato» che ricalchino quelle che in occidente sono venute a formarsi in seguito ad un processo di evoluzione istituzionale secolare. Possono importarsi le istituzioni? Esiste un progetto istituzionale ottimale onnivalente? La ricerca economica non ci sembra fornire indicazioni univoche. Partendo dall'assunto che la scelta istituzionale di un paese deve dipendere in primo luogo dagli orientamenti dei propri cittadini avendo come unico caveat economico la necessità che l'apparato istituzionale sia compatibile con le opportunità di crescita economica di un paese (v. ad esempio la necessità di riforma agraria in presenza di latifondo), la storia ci insegna che il processo di sviluppo capitalistico è stato istituzionalmente declinato in modo eterogeneo (l'esperienza giapponese è fortemente diversa da quella statunitense, ad esempio).

Finora, nelle principali istituzioni internazionali è comunque prevalsa la posizione che vede come modello di riferimento quello del capitalismo anglo-sassone. Recentemente le critiche all'armonizzazione istituzionale hanno assunto rilievo anche all'interno della Banca Mondiale oltre che nel circuito delle Nazioni Unite. Tali critiche sostengono che l'orientamento ufficiale sottostimi la rilevante evidenza che le recenti esperienze positive di decollo economico (si pensi, alla Corea del Sud, a Taiwan, alla Cina) sono state tutte caratterizzate non solo da percorsi eterogenei, ma dalla presenza di istituzioni di non-mercato assai diverse tra loro (Rodrik). Sarebbe quindi un errore imporre dall'esterno l'adozione di una determinata tipologia di istituzioni e sarebbe invece preferibile valutare caso per caso la ricetta da proporre o da accettare, avendo chiaro che la diversità istituzionale può dimostrarsi una ricchezza. Ma su questo piano la riflessione economica è ancora agli esordi. Poco si sa infatti dell'interazione tra i meccanismi di incentivo indotti dal mercato e quelli indotti dalle diverse tipologie istituzionali di non-mercato.



Conclusioni

Nel secolo che si è da poco chiuso la stagione delle ciliegie è stata senza precedenti, in molti ne hanno assaggiato, troppi sono rimasti a guardare. Due fasi di globalizzazione si sono chiuse con una limitata diffusione della prosperità. La terza fase sarà diversa?

La lenta decrescita del numero di poveri non fa ben sperare, ma essere entrati nel dettaglio dei diversi aspetti delle successive fasi di globalizzazione, averne evidenziato gli elementi comuni e quelli di volta in volta nuovi, averne sottolineato i rischi e le enormi potenzialità serve a evitare di rendersi partecipi - per riprendere Sen - della «convergenza, parziale ma vera, tra l'ottimista testardo e il pessimista incorreggibile». Il modo in cui ricorderemo nei prossimi anni la terza fase di globalizzazione dipenderà da quanti di noi persisteranno nel fallimento cognitivo che ci fa dire che quello in cui viviamo sia il migliore dei mondi possibili. Fare in modo che gli esclusi dal processo di globalizzazione possano farvi parte necessita il concorso di istituzioni internazionali, ONG, singoli Stati e cittadini. Non dobbiamo distogliere lo sguardo dalle difficoltà, negare gli ostacoli; soprattutto non dobbiamo temere la globalizzazione, ciò che dobbiamo temere è la sua mitizzazione o l'ostracismo nei suoi confronti. La globalizzazione và condotta, guidata e saggiamente assecondata, ne vanno sostenuti i costi di breve periodo, frenati gli eccessi, diffusi gli effetti sul benessere. Come, direte voi? Non esiste una soluzione unica a tutti i problemi, anzi, alcuni - come le crisi finanziarie - non avranno mai soluzione e ciò che conta non è la loro scomparsa, ma la capacità di porvi rimedio a costi sociali accettabili senza dover rinunziare agli effetti benefici della libera circolazione delle risorse.

Nel nostro tour introduttivo abbiamo trascurato una serie di tematiche di notevole rilevanza: la fine della guerra fredda durante la terza fase di globalizzazione ha portato allo stabilirsi di un nuovo regime internazionale politico-militare le cui caratteristiche incidono anche sulla governance economica mondiale; il processo di crescente integrazione internazionale ha delle ineluttabili implicazioni in termini di compatibilità ambientale, ed è evidente un trade-off tra diffusione del benessere agli esclusi dalla globalizzazione e la possibilità di sostenere tale programma senza compromettere la riproducibilità delle risorse ambientali e la fruibilità delle stesse da parte delle generazioni future; infine, esiste una opinione diffusa che la globalizzazione conduca ad uno scontro tra culture di difficile gestione istituzionale e che lo scontro sia accelerato dalla posizione dominante della cultura anglo-sassone sulle altre culture del globo. Discutere tutti questi temi ci avrebbe portato troppo lontano anche dalle nostre competenze specifiche.

Abbiamo esordito questo lavoro presentando un sondaggio incui la maggior parte degli intervistati dichiarava di non aver un opinione, erano probabilmente le domande del questionario - che ora possiamo considerare mal formulate - a creare confusione. Speriamo che le questioni da noi affrontate aiutino a porsi domande più accurate, dalle quali dipendono importanti risposte globali.



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Ultima modifica: 29/03/2007
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