Fonte: "Globalizzazione" di Luca De Benedictis e Rodolfo Helg
Abbiamo oramai appurato che globalizzazione non è un fenomeno nuovo, possiamo dire che sia un fenomeno assolutamente dannoso o assolutamente benefico? Rodrik - parafrasando il titolo di una canzone di Broadway - si pone la domanda, a cui vorremmo dare una risposta in questo paragrafo: «if globalisation is a bowl of cherries, why are there so many glum faces around the table?» Se la globalizzazione è così fantastica (come un cesto di ciliegie) perché ci sono così tanti musi lunghi in giro? A tale interrogativo altri se ne associano. Come mai lo scontento si manifesta principalmente nei paesi sviluppati? E come mai è emerso durante gli anni '90, periodo di sostenuta prosperità economica almeno per il Nord del mondo? Due tesi - non in contrasto tra loro - sono normalmente avanzate a parziale spiegazione del fenomeno.
- la prima sostiene che la rapida crescita dell'integrazione economica abbia aumentato gli incentivi a formare gruppi di pressione da parte
dei soggetti che ne pagano i costi di breve periodo e che ritengono di essere esclusi dai benefici di lungo periodo;
- la seconda sostiene che il carattere invasivo delle nuove norme che regolamentano le relazioni economiche internazionali tende a ridurre la sovranità nazionale su alcuni temi come la salute, la coesione sociale e l'ambiente e che quindi sia necessario opporvisi.
Ma prima di affrontare i nodi critici è utile, almeno in modo sintetico, chiarire perché mai la globalizzazione possa essere stata equiparata ad una bowl of cherries. La crescente integrazione internazionale dei mercati è una delle caratteristiche salienti del sistema di produzione capitalista, sebbene a fasi alterne, come si è visto nel paragrafo precedente. Per questo motivo il merito dell'incredibile aumento della prosperità materiale mondiale negli ultimi due secoli è stato spesso attribuito anche alla globalizzazione. Maddison descrive lo sviluppo mondiale nell'ultimo millennio come suddivisibile in due periodi: tra il 1000 ed il 1820 il reddito pro capite mondiale è cresciuto molto lentamente, del 50% tra inizio e fine periodo; dal 1820 ai giorni nostri il reddito pro capite mondiale è cresciuto invece di 8,5 volte. Gran parte di questa crescita si è concentrata negli ultimi cinquanta anni del secolo appena concluso20. Ciò rende comprensibili affermazioni come quelle espresse da DeLong su come nel Ventesimo secolo «il benessere economico degli esseri umani è esploso oltre ogni possibile immaginazione» o abbia portato Dornbusch a titolare un articolo A Century of Unrivalled Prosperity. Anche la teoria economica suggerisce che l'integrazione economica tende a far crescere il benessere delle nazioni coinvolte. Mentre dal lato finanziario esistono rilevanti perplessità associate ad una liberalizzazione "eccessiva" e non coadiuvata da un sistema di regole istituzionali di controllo, sul fronte specifico del commercio internazionale di beni vi è ampio accordo sui suoi effetti netti positivi per i paesi coinvolti. È bene rammentare che la stessa teoria del commercio internazionale suggerisce che, come qualsiasi altra variazione nei prezzi relativi, anche l'apertura commerciale genera effetti redistributivi a favore di alcuni e a danno di altri.
Per affrontare con un minimo di ordine queste problematiche cercheremo ora di analizzare dove sono localizzati e quali caratteristiche hanno "i musi lunghi". Per far questo partiamo da due tematiche generali come quelle della povertà e della disuguaglianza, non necessariamente legate in modo diretto alla globalizzazione, per poi passare a fenomeni più immediatamente collegabili alla integrazione dei mercati reali.
Nelle discussioni sui costi della globalizzazione i termini "povertà" e "diseguaglianza" vengono spesso usati come sinonimi: non lo sono. Per povertà ci si riferisce allo stato di un certo individuo famiglia al di sotto di determinate condizioni di vita considerate accettabili. Con diseguaglianza si fa riferimento, invece, alla distribuzione del benessere tra individui e famiglie. Ad esempio, è possibile che in uno Stato in cui il reddito sia distribuito in modo sostanzialmente uniforme vi sia un elevato numero di poveri (si pensi alla Cina pre-riforme) e, per converso, è possibile che in una nazione in cui vi sia un elevato grado di diseguaglianza, non vi sia nessuno povero in termini assoluti. Povertà e disuguaglianza sono, dunque, concetti collegati ma che è bene tenere distinti. La povertà è una condizione dell'esistenza umana generalmente ritenuta non accettabile dal punto di vista etico; non si può dire la stessa cosa per la diseguaglianza, se non riguardo agli aspetti che la collegano alla povertà. La teoria economica, inoltre, suggerisce che la diseguaglianza può essere o non essere un ostacolo alla crescita economica in base al grado di disuguaglianza esistente. Non esiste quindi una relazione lineare tra crescita e disuguaglianza, e la mancanza d'incentivi e il senso di esclusione sociale ed economica fanno sì che un basso livello della prima possa coesistere con un alto o un basso livello della seconda.
Ad ogni modo, l'imputazione principale rivolta alla globalizzazione è quella di aver contribuito all'aumento della povertà nel mondo e a testimonianza della crescita del numero di persone che a livello globale sono sottoposte a condizioni di vita non accettabili vengono in genere presentati singoli casi, episodi rimarchevoli, aneddoti e frammenti di informazione, ma effettuando una indagine più accurata è possibile sostenere che non esiste alcuna evidenza empirica dell'aumento nella povertà a livello globale. Per affrontare quest'imputazione è quindi indispensabile quantificare la definizione di povertà. Ci si scontra subito con la multidimensionalità del fenomeno: accanto all'ovvio aspetto monetario, le analisi più complete considerano le dimensioni della salute, dell'educazione, della vulnerabilità, dell'empowerment (Sen; BancaMondiale). Soffermandoci brevemente sull'aspetto monetario, la misura più usata del grado di povertà di una economia è la percentuale della popolazione che vive quotidianamente sottola soglia di un dollaro statunitense in termini di potere di acquisto (poverty headcount index). I dati riportati evidenziano come a partire dal 1820 il mondo abbia sperimentato una continua riduzione della proporzione di popolazione in condizioni di estrema povertà monetaria: si passa dall'83,9% del 1820 al 23,4% del 1998. Esprimere il dato in termini percentuali ha pregi e difetti: da un lato, è informativo in quanto depura il fenomeno dall'influenza dell'evoluzione demografica, dall'altro, nasconde la gravità economica ed umana del fenomeno. Dal 1820 fino al 1980 il numero di poveri al mondo ha continuato ad aumentare, per ridiscendere successivamente ed attestarsi nel 1998 attorno al miliardo e duecento milioni di persone. Il quadro al 1998 è perciò di emergenza per quanto riguarda il numero assoluto di poveri, non per la dinamica del fenomeno a livello globale che al contrario mostra un andamento decrescente. Anche la dimensione geografica del fenomeno ha la sua rilevanza. L'analisi di Chen e Ravaillion mostra che tra il 1987 ed il 1998 la percentuale di poveri è aumentata solo per l'Africa Sub-Sahariana (da 46,6 a 48,1%) e per i paesi dell'Europa dell'Est e dell'Asia Centrale (da 0,24 a 3,75%). Per tutte le altre aree geografiche questa percentuale si riduce unitamente al numero assoluto di poveri, con l'eccezione dell'Asia del Sud in cui si ha una crescita da 474 a 522 milioni di persone. Anche osservando le altre dimensioni della povertà il quadro globale non è di generale peggioramento, ma di miglioramento. Durante gli ultimi 30 anni tutte le aree geografiche hanno sperimentato una riduzione del tasso di mortalità infantile, un aumento dell'aspettativa di vita alla nascita e del tasso di alfabetizzazione degli adulti.
Ma allora la globalizzazione è una bowl of cherries? Difficilmente una situazione in cui esiste più di un miliardo di essere umani in condizioni di povertà estrema può conciliarsi con un qualsivoglia sistema di valori. I miglioramenti - dove si sono verificati - non sono di grandi dimensioni ed è molto bassa la probabilità che di questo passo si riescano a raggiungere nel 2015 gli obiettivi stabiliti nel 1995 al Social Summit di Copenhagen (i cosiddetti International Development Targets). Quello che si è voluto rendere evidente è che la dinamica è stata positiva e non negativa come spesso viene affermato. In conclusione, è quindi possibile sostenere che durante le tre fasi di globalizzazione la povertà nel mondo non è aumentata. E la diseguaglianza?
Una risposta corretta necessita di un doppio piano di analisi: adottando una prospettiva di lungo periodo la disuguaglianza è aumentata; in termini di breve periodo - gli ultimi 15 anni - vi è una sostanziale evidenza, invece, di un arresto nell'aumento e dell'inizio una fase di riduzione della disuguaglianza nella distribuzione personale del reddito mondiale.
La disuguaglianza tra le famiglie del mondo è cresciuta notevolmente tra il 1820 ed il 1992 con una leggera riduzione nell'ultimo periodo. L'indicatore usato ha il pregio della scomponibilità, è quindi possibile identificare una componente "tra nazioni" e una componente "interna alle nazioni". Il peso di quest'ultima sul totale della disuguaglianza mondiale è andato riducendosi durante gli ultimi 180 anni, in misura tale che nel 1992 è la componente "disuguaglianza tra nazioni" a risultare di maggior rilevanza. Sebbene l'aumento della disuguaglianza nel mondo emerga in modo netto, è importante soffermarsi sull'inversione di tendenza seppur lieve che questa mostra tra il 1980 ed il 1992. Siamo entrati in una nuova fase? O è un'interruzione solo temporanea del rafforzarsi della disuguaglianza? Indicazioni a riguardo vengono da un recente lavoro di Salai-Martin focalizzato sul periodo che va dal 1970 al 1998. Tra il 1980 ed il 1998 la distribuzione del reddito tra le famiglie del mondo è diventata meno diseguale. Questa evoluzione positiva è principalmente dovuta alla riduzione della diseguaglianza tra nazioni. Il principale contributo è venuto dagli alti tassi di crescita economica della Cina e, in minor misura, dell'India. La convergenza del reddito medio cinese a quello medio mondiale ha più che compensato l'aumento della diseguaglianza interna alla Cina.
Che ruolo ha giocato la crescente integrazione internazionale su queste dinamiche? Per quanto riguarda la diseguaglianza tra nazioni il legame passa attraverso l'evoluzione divergente dei tassi di crescita del Nord e del Sud del mondo: la crescente apertura internazionale ha contribuito alla maggior crescita del Nord e ciò induce a sostenere che questa abbia concorso all'aumento secolare della diseguaglianza a livello mondiale. Non esiste invece evidenza empirica che la globalizzazione abbia rallentato la crescita del Sud. Anzi, quei paesi del Sud che hanno adottato un approccio favorevole all'integrazione internazionale, sono anche quelli che hanno iniziato, ed in alcuni casi completato, il processo di convergenza verso il Nord. Per quanto riguarda la componente intra-nazionale, la crescita della diseguaglianza negli ultimi venti anni è spiegabile col peggioramento della distribuzione personale del reddito all'interno della Cina, dovuto al divario economico sempre maggiore tra zone costiere e zone interne. Dall'altro lato, dall'aumento del grado di diseguaglianza all'interno di alcuni paesi industrializzati.
Il caso certamente più studiato è stato quello degli Stati Uniti dove, a partire dai primi anni '80, si è assistito ad una progressivo aumento nella diseguaglianza nella distribuzione personale del reddito. La vasta letteratura sul tema ha dedicato ampio spazio ad una componente di questo fenomeno, quella dell'aumento del gap salariale tra lavoratori qualificati e non. Due sono le principali spiegazioni proposte: una individua la causa principale dei crescenti divari salariali nella integrazione internazionale dell'economia statunitense e l'altra la associa all'attuale fase di cambiamento tecnologico skill-biased che ha fatto aumentare la domanda di lavoro qualificato. Nella maggior parte dei casi le analisi empiriche hanno evidenziato come per gli Stati Uniti gran parte dell'aumento del gap salariale sia dovuto al progresso tecnico orientato a favore del lavoro qualificato (Acemoglu). La tesi di minoranza, collegata all'aumentata competizione internazionale, ha come principale supporto teorico il teorema di Stolper-Samuleson, secondo cui in uno schema di equilibrio economico generale con due paesi, due beni e due fattori della produzione, in assenza di frizioni il commercio internazionale genera effetti redistributivi a favore del fattore produttivo relativamente abbondante ed a danno del fattore relativamente scarso. Quanto accaduto negli Stati Uniti non sembra però assimilabile a tale costruzione teorica, e questo per due ordini di ragioni. In primo luogo, negli Stati Uniti durante gli anni '80 il prezzo relativo dei beni intensivi in lavoro qualificato non è cresciuto come previsto dal legame di equilibrio economico generale su cui è costruito il teorema di Stolper-Samuleson. In secondo luogo, l'intensità nell'utilizzazione di lavoro qualificato delle produzioni statunitensi non si è ridotta, come sarebbe richiesto dall'aumento del prezzo relativo del lavoro qualificato. Lo scarso successo empirico del teorema di Stolper-Samuelson non deve far recedere dal considerare il commercio internazionale come influente dal punto di vista distributivo. Un ulteriore canale attraverso cui la crescente competizione internazionale può avere contribuito ad incrementare il gap salariale è l'aumentato peso del commercio internazionale di beni intermedi connesso alla frammentazione del processo produttivo e alla delocalizzazione all'estero di alcune fasi della produzione. Feenstra e Hanson, hanno evidenziato come nel caso statunitense una parte dell'aumento della domanda di lavoro qualificato intra-set-toriale possa essere attribuita al processo di frammentazione internazionale della produzione. E per gli altri paesi? Il Regno Unito ha sperimentato un aumento del gap simile a quello degli USA ed anche in questo caso la causa principale è il mutamento tecnologico (Haskel e Slaughter). Per gran parte dei paesi dell'Europa continentale, invece, non si è osservato un aumento del divario tra il salario dei lavoratori qualificati e quello dei lavoratori non qualificati. Le spiegazioni per questa diversa evoluzione si sono focalizzate su tre tipologie di argomenti, diversi anche se non alternativi tra loro: la crescita più rapida dell'offerta relativa di lavoro qualificato rispetto agli Stati Uniti; la tipologia di contrattazione sul mercato del lavoro europeo che, fornendo garanzie sulla rigidità dei salari relativi, vincolava la possibilità di variazione della diseguaglianza e, infine, la possibilità che il progresso tecnico europeo possa essere stato meno orientato a favore del lavoro qualificato di quello statunitense (Acemoglu). Per i paesi in via di sviluppo il quadro è meno uniforme. In genere nei paesi dell'America Latina si è verificato un aumento del gap (Wood), mentre invece nei paesi del Sud-Est asiatico (ad eccezione di Hong-Kong) l'aumento del gap non è stato riscontrato.
Riassumendo, per quanto riguarda la diseguaglianza tra nazioni, nonostante una certa evidenza a favore di una sua riduzione negli ultimi anni, questa è di molto aumentata nel lungo periodo. È ragionevole ritenere che la globalizzazione ne sia corresponsabile, ma in termini positivi, agevolando il processo di crescita nel Nord del mondo. Più incerto è invece il suo ruolo nell'aver determinato mutamenti della distribuzione del reddito all'interno delle nazioni, essendo problematico separare l'effetto della accresciuta competizione internazionale da quello del mutamento tecnologico.
L'argomento che le importazioni distruggano posti di lavoro e che per questo motivo sia necessario ostacolare il libero afflusso di prodotti esteri è antico quanto il commercio; Le importazioni entrando in competizione con le produzioni domestiche possono contribuire alla riduzione dell'occupazione in determinati settori, ma allo stesso tempo le esportazioni e gli investimenti diretti all'estero ne creano di nuovi, in altri. Barriere alle importazioni possono avere successo nel far crescere l'occupazione nei settori protetti, ma allo stesso tempo generano effetti negativi per l'occupazione in settori a valle del processo produttivo che dovendo acquisire input intermedi a più alto costo diventano meno competitivi sul mercato nazionale e su quello internazionale. Perciò anche il protezionismo può distruggere posti di lavoro.
Sebbene vari studi abbiano cercato di stimare quale sia l'effetto netto dell'apertura al commercio e agli investimenti esteri, il loro contributo conoscitivo è assai relativo. Il peso del commercio estero nella determinazione dell'occupazione totale di una economia è di secondo (o terzo) ordine rispetto a quello di variabili macroeconomiche e caratteristiche istituzionali del mercato del lavoro. Inoltre, in una economia dinamica i posti di lavoro si creano e si distruggono non solo a causa del commercio estero, ma anche per l'azione di shock tecnologici o di domanda. Piuttosto che fare imprecisi calcoli sulla creazione netta di posti di lavoro dovuta al commercio internazionale, un primo passo verso una politica di compensazione è capire chi sono gli agenti economici che pagano i costi del processo di integrazione e quali sono le loro caratteristiche specifiche. Le principali informazioni disponibili sono relative agli Stati Uniti e derivano principalmente dal decennale progetto di ricerca di Kletzer. Tra il 1979 ed il 1999 negli Stati Uniti l'occupazione totale è cresciuta di circa 39 milioni di unità; durante lo stesso periodo 17 milioni di lavoratori hanno perso il posto di lavoro nell'industria manifatturiera; di questi circa il 40% era occupato in settori in concorrenza con le importazioni. Quali sono le loro caratteristiche? Innanzitutto, i lavoratori espulsi dai settori in concorrenza con le importazioni hanno caratteristiche simili a quelle di chi perde il lavoro in altri settori manifatturieri in termini di età, livello di educazione, anzianità di lavoro, probabilità di ritrovare lavoro, salario percepito nella nuova occupazione. In altri termini, perdere lavoro per via della competizione internazionale piuttosto che per altri motivi non fa differenza in termini di caratteristiche dell'individuo e di costi di aggiustamento per lo stesso. In secondo luogo, dall'analisi della Kletzer emerge che chi perde lavoro sopporta una riduzione dei suoi guadagni di circa il 13% in media e che la perdita di guadagno è più grande se la nuova occupazione è nel settore dei servizi. Contrariamente a quanto si ritiene di solito solo il 10% dei lavoratori licenziati nel settore manifatturiero ritrova lavoro in settori al dettaglio (da McDonald's et similia); ben il 50% è rioccupato all'interno del comparto manifatturiero.
Da tale analisi se ne ricava un'implicazione di policy assai netta: un intervento di sostegno al lavoratore licenziato deve riguardare tutti i lavoratori che hanno perso lavoro e non, come avviene negli Stati Uniti, essere indirizzato solo a coloro precedentemente occupati in settori in competizione con le importazioni. L'analisi finora svolta ha però riguardato solo la liberalizzazione commerciale trascurando quella finanziaria. Ne parleremo in seguito, dopo aver introdotto un ulteriore elemento allo schema che stiamo delineando: le istituzioni.
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Ultima modifica: 29/03/2007
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