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ECONOMIA INTERNAZIONALE » Fasi storiche della Globalizzazione




Fonte: "Globalizzazione" di Luca De Benedictis e Rodolfo Helg


Globalizzazioni

La globalizzazione non è un fenomeno nuovo. Prendendo a prestito i dati con cui si apre uno degli ultimi rapporti della Banca Mondiale è possibile identificare - come da definizione - la tendenza dell'economia ad assumere una dimensione mondiale. Limitandoci per il momento a tre variabili - flussi migratori, esportazioni e investimenti diretti all'estero nei PVS - possiamo identificare il susseguirsi di tre fasi di globalizzazione. La prima coincidente con la fine del Diciannovesimo secolo, la seconda con gli anni dal 1945 al 1980 e la terza con la fine del ventesimo secolo. L'errore di percezione che identifica la globalizzazione con la fine del ventesimo secolo è invece dovuto al periodo storico cui si fa riferimento. Il confronto tra il 2000 e il 1950 tende a favorire l'affermazione che la globalizzazione sia un fenomeno esclusivo della fine del ventesimo secolo, ma andando indietro nel tempo fino al 1870 tale affermazione perde forza. Si potrebbe persino affermare che la seconda e la terza fase non sono altro che un recupero della prima fase di globalizzazione. Ma anche questo non sarebbe corretto, esistono notevoli differenze tra le diverse fasi. La globalizzazione della fine del ventesimo secolo non è né un fenomeno interamente nuovo né la replica di quella del secolo precedente.

Ma, nella ricerca retrospettiva delle origini storiche della globalizzazione, perché fermarsi al 1870? Stringendo il campo d'indagine al capitalismo moderno, una data alternativa potrebbe essere il 1776, che - come ricordano Baldwin e Martin - corrisponde all'anno in cui Craft rileva una rottura strutturale nella serie storica della produzione industriale inglese e ha, inoltre, il grande fascino di coincidere con l'anno in cui viene pubblicata La ricchezza delle nazioni di Adam Smith e in cui le colonie americane dichiarano l'indipendenza. Ma tale suggestiva ipotesi è da scartare: la rivoluzione industriale fu un lento processo cumulativo che impiegò del tempo per manifestare i suoi effetti internazionali (O'Rourke e Williamson). Dalle innovazioni tecniche nella produzione tessile inglese della prima metà del Diciottesimo secolo, allo sviluppo dell'industria meccanica nella seconda metà dello stesso secolo, dalla ramificazione delle reti nazionali di trasporto della prima metà del Diciannovesimo secolo, alle rotte transoceaniche dei vascelli a vapore, passò più di un secolo e mezzo. Solo intorno al 1870 si verificarono una serie di innovazioni tecnologiche cruciali per la diffusione internazionale del processo di industrializzazione: la costruzione di navi più robuste e veloci, con lo scafo in ferro e l'elica immersa, ridusse enormemente i tempi di navigazione; l'apertura del canale di Suez, nel 1869, dimezzò la durata del viaggio da Londra a Bombay; ma soprattutto l'inaugurazione del sevizio telegrafico transatlantico, tra Londra e New York (1866), Melbourne (1872) e Buenos Aires (1874), permise alle comunicazioni transcontinentali di passare dalle settimane ai minuti. La riduzione dei tempi di percorrenza e dei costi, sia del trasporto su rotaia che di quello transoceanico, che della trasmissione delle informazioni via telegrafo, determinò quella accelerazione nei flussi commerciali internazionali, nei movimenti di capitale e nei flussi migratori che abbiamo chiamato prima fase della globalizzazione.


Apertura dei mercati: tecnologia e politica commerciale

È dunque la tecnologia il primum mobile della globalizzazione. Ma la tecnologia non è tutto, come vedremo tra poco. Lo sviluppo della ferrovia e della navigazione transoceanica continuarono ad avere una influenza determinate nelle relazioni tra i continenti e all'interno degli stessi sino alla seconda metà del Ventesimo secolo. Ma se la rivoluzione tecnologica dei trasporti era stata il motore della prima fase di globalizzazione, le fasi successive furono il frutto di una diversa rivoluzione tecnologica, quella della trasmissione e dell'elaborazione dell'informazione. Alla diffusione internazionale del telegrafo nella seconda metà del Diciannovesimo secolo si aggiunse a partire dagli anni '20 l'influenza di un altro mezzo di comunicazione: il telefono. Già nei primi anni di diffusione, il costo delle comunicazioni telefoniche a lunga distanza si ridusse enormemente. Il costo di una telefonata da New York a San Francisco passò dai 320 dollari del 1915 ai 130 dollari del 1920 e agli 85 dollari del 1930 (Makridakis, Wheelwright e Hyndman). E la dinamica è assolutamente analoga nel caso delle comunicazioni telefoniche transoceaniche a partire dal 1940 (Economist) e di quelle satellitari a partire dal 1970 (Banca Mondiale). Dagli anni '60 in poi alle innovazioni nella trasmissione si aggiunsero quelle nell'elaborazione dell'informazione. Abbiamo evidenziato l'evoluzione del costo nell'uso di elaboratori elettronici a partire dall'utilizzo nel 1970 di un Mainframe IBM sino ai moderni computer dotati di processore Pentium (Economist). Se nel 1970 il costo dell'elaborazione dell'informazione era pari a 100 ogni secondo, nel 1990 questo costo era pari a 0,1. Lo sviluppo e la diffusione del computer da una parte e il progresso nella tecnologia della comunicazione - dal telefono sino all'estensione internazionale del world wide web - dall'altra, costituiscono l'equivalente per la seconda e la terza fase di globalizzazione della rivoluzione nei trasporti e nella diffusione del telegrafo nella prima fase di globalizzazione.

In sintesi, la prima fase e la seconda e la terza fase sono simili nel nesso che lega la tecnologia all'apertura dei mercati, ma tale somiglianza si riduce quando si tiene conto delle caratteristiche proprie della tecnologia nelle diverse fasi: soprattutto trasporti nella prima, soprattutto comunicazioni nelle ultime due. Le implicazioni di questa differenza verranno discusse in seguito.

Ma se la globalizzazione è tecnologia, e la tecnologia è quel flusso inarrestabile che - a partire dal Diciannovesimo secolo - rende sempre più interconnesse le diverse aree del mondo, come è possibile spiegare la brusca interruzione nella prima fase della globalizzazione? Il problema è che, come dicevamo all'inizio, la tecnologia non è tutto. Quello che accadde tra il 1914 e il 1945 è noto a tutti: due guerre e una crisi economica di portata internazionale. L'effetto complessivo sul grado di apertura dei mercati e sulla integrazione delle economie nazionali fu veramente impressionante. Nel 1950 il rapporto tra esportazioni e PIL mondiale era tornato al 5%, una percentuale analoga a quella del 1870 . Questa inversione di tendenza porta ad affermare che «il protezionismo annullò 80 anni di progresso tecnologico nei trasporti» (Banca Mondiale). Sebbene la realtà sia più complessa di quanto affermato dalla Banca Mondiale, la sostanza è inoppugnabile: la globalizzazione non è un fenomeno inarrestabile.


Migrazioni

Se dovessimo fare un ranking degli elementi di maggior distinzione tra la prima fase di globalizzazione e quelle successive il primo posto spetterebbe alla rilevanza dei flussi migratori. Tra il 1870 e il 1914 il 10% della popolazione mondiale migrò dal suo paese di origine verso una nuova destinazione (Banca Mondiale). La rivoluzione nei trasporti rendeva raggiungibili le terre più lontane anche per i poveri. Sessanta milioni di persone partirono dall'Italia, l'Irlanda, la Spagna, la Svezia, il Portogallo verso il Canada, gli Stati Uniti, l'Australia, la Nuova Zelanda, il Brasile, l'Argentina. E l'emigrazione non riguardò solo l'Europa. Lindert e Williamson ipotizzano un flusso analogo dalla Cina e dall'India verso le Americhe e verso paesi asiatici meno densamente popolati. L'insorgere del nazionalismo economico, la prima guerra mondiale e la depressione ridussero radicalmente i flussi migratori. Dopo la seconda guerra mondiale, durante la seconda fase di globalizzazione, i flussi migratori ripresero, ma non furono mai della medesima intensità rispetto a quelli della fine del Diciannovesimo secolo. Le politiche di controllo sull'immigrazione si sono rivelate maggiormente persistenti rispetto a quelle protezioniste e anche se nella terza fase della globalizzazione i flussi migratori hanno ripreso vigore, gli Stati Uniti rimangono - tra i paesi ospitanti - l'unico caso in cui i flussi migratori siano comparabili con quelli della prima fase.


Flussi commerciali

L'indicatore con cui generalmente viene misurata la globalizzazione è il grado di apertura reale di una economia, calcolato come la somma delle esportazioni e delle importazioni rapportata al prodotto nazionale. Visualizzando l'evoluzione tra il 1870 e il 2000 di questo indicatore il risultato è un andamento a J. Durante la prima fase di globalizzazione il commercio internazionale subì una accelerazione ragguardevole. Il grado di apertura medio dei paesi europei passò dal 25% al 40% (Bairoch ). La seconda fase rappresenta un recupero rispetto alla contrazione degli scambi tra il 1914 e il 1945 e, come evidenziato da Krugman, il commercio mondiale crebbe ad un tasso medio del 6%, più del doppio rispetto al tasso di crescita del reddito. Le cause risiedono, come si è gia detto, nell'ulteriore progresso nei trasporti transoceanici e nella riduzione dei dazi coordinata dal GATT ma anche dai processi di frammentazione della produzione, favoriti dalle innovazioni nella trasmissione dell'informazione. Nella terza fase di globalizzazione tali meccanismi si rafforzarono ulteriormente e favorirono l'emergere dell'elemento che distingue quest'ultima fase da quella intermedia. Intorno al 1980 alcuni paesi del sud-est asiatico (ma anche altri come il Cile e il Messico) orientarono il proprio modello di sviluppo economico proprio sulle nuove opportunità offerte dalle aumentate possibilità di partecipazione ai flussi commerciali mondiali. Durante la terza fase di globalizzazione questi nuovi attori - i così detti Globalizers, come li definisce la Banca Mondiale - assunsero ruoli rilevanti sulla scena del commercio mondiale. Ma questa non può certo essere considerata la sola novità di questa fase di globalizzazione. Come sostengono Baldwin e Martin, la seconda e la terza fase di globalizzazione non possono essere considerate semplicemente delle fasi di recupero rispetto all'intervallo 1914-1945; quattro aspetti fondamentali rendono le globalizzazione del Diciannovesimo e del Ventesimo secolo profondamente diverse dal punto di vista degli scambi commerciali:

- il primo è il deciso aumento nel grado di apertura commerciale degli USA nel secondo dopoguerra. Questo dopo aver oscillato intorno al 10% tra la fine del '800 e il 1950 è passato al 25% negli anni '90. Le implicazioni di questo cambiamento sono notevoli. Da una parte gli USA, o meglio l'opinione pubblica statunitense, ha sviluppato un tendenza crescente ad associare sempre di più gli andamenti economici nazionali a quelli del ciclo economico internazionale e alla concorrenza estera. Dall'altra la maggiore apertura dell'economia statunitense si è manifestata sotto forma di deficit commerciale le cui implicazioni sul debito pubblico statunitense e sull'andamento del cambio del dollaro continuano a stimolare la ricerca economica sulla sostenibilità della crescita statunitense e di quella mondiale (Mann);

- il secondo aspetto riguarda l'aumentato peso della spesa pubblica nel secondo dopoguerra nella formazione del prodotto nazionale. L'istituzione dello stato sociale nei paesi industrializzati e l'esplicitazione della piena occupazione come obiettivo di politica economica hanno determinato una espansione della quota del settore pubblico nelle economie miste. Essendo questa componente parte del denominatore (il PIL) del grado di apertura di una economia, questo indicatore sottostima in modo rilevante l'evoluzione degli scambi commerciali privati della seconda metà del Ventesimo secolo e il raffronto tra i dati del 2000 e quelli del 1870 devono tenere conto di questa distorsione;

- il terzo aspetto riguarda i processi di integrazione regionale o trade blocs, come li classifica la Banca Mondiale. Negli anni '90 il numero degli accordi di integrazione regionale è notevolmente aumentato e il fenomeno ha mutato le sue caratteristiche passando dalla prevalenza di accordi Nord-Nord o Sud-Sud ad accordi Nord-Sud. Anche le motivazioni alla base degli accordi sono mutate rispetto a quelle più tradizionali, della seconda fase di globalizzazione. I dazi medi bilaterali si sono sostanzialmente ridotti in seguito all'Uruguay Round del GATT, tanto da ridurre gli incentivi alla formazione di aree di libero scambio basati sulla garanzia reciproca all'apertura dei mercati nazionali. Le motivazioni devono essere quindi cercate altrove, probabilmente nella dimensione economica dei mercati regionali - necessaria allo sfruttamento di economie di scala - o al ruolo strategico che un club di paesi può svolgere anche al tavolo delle trattative multilaterali;

- ultimo aspetto di differenziazione tra la globalizzazione del Diciannovesimo secolo e quelle del Ventesimo risiede nella composizione dei flussi commerciali. Nel Diciannovesimo secolo la riduzione dei costi di trasporto favorì i movimenti migratori e l'adozione di tecniche di produzione land-intensive nei paesi di destinazione (Banca Mondiale); a sua volta la riduzione delle barriere tariffarie favorì le esportazioni di prodotti primari da parte degli stessi paesi. Il commercio internazionale aveva dunque le tipiche caratteristiche del commercio Nord-Sud: il Nord europeo industrializzato esportava prodotti manufatti e importava i prodotti primari esportati dal Sud agricolo (dalle Americhe, ma ancor più, nel caso dell'Inghilterra, dall'India). Nella seconda fase di globalizzazione il commercio internazionale assume le attuali caratteristiche proprie del commercio intra-industriale Nord-Nord. Secondo gli ultimi dati dell'OMC, circa il 70% del commercio mondiale avviene tra paesi industrializzati, a reddito medio-alto e con analoghe dotazioni fattoriali, i quali esportano e importano prodotti manufatti simili. La terza fase di globalizzazione non inverte la situazione precedente ma la modifica parzialmente. La sempre maggior rilevanza dei Globalizers rettifica la direzione Nord-Nord del commercio mondiale inserendo una componente Sud all'interno dei flussi di interscambio manifatturiero. I paesi di nuova industrializzazione, infatti, forniscono i mercati mondiali di prodotti intensivi di lavoro e sottraggono quote di mercato ai produttori occidentali. I quali, da una parte, differenziano le proprie produzioni soprattutto dal punto di vista qualitativo e si specializzano nella fornitura internazionale di servizi, dall'altra, tendono ad arroccarsi utilizzando nuovi strumenti di protezione, quali il ricorso strategico alla normativa anti-dumping del GATT (e dopo il 1996 dell'OMC), l'adozione di norme e standard che rendono più costoso l'accesso delle esportazioni dei NICs nei mercati occidentali, o l'adozione di norme provvisorie di salvaguardia in difesa delle produzioni nazionale o dell'occupazione, le quali assumono carattere globale nel caso dell'accordo multifibre (che permette l'adozioni di contingentamenti sulle importazioni del settore tessile) o di quello sull'acciaio.

In sintesi, la terza fase di globalizzazione mostra caratteristiche distinte rispetto a quelle delle due fasi precedenti. Queste caratteristiche - il maggior grado di apertura degli USA, il maggior grado di apertura in termini di transazioni private, la specializzazioni nelle produzioni manifatturiere e il maggior peso dei NICs - divengono ancora più rilevanti se associate all'ultimo degli elementi delle globalizzazioni su cui abbiamo intenzione di soffermarci: gli investimenti e la finanza.


Investimenti, flussi finanziari e transazioni valutarie

La percezione che la globalizzazione sia un fenomeno altamente distintivo della attuale fase del capitalismo internazionale è sicuramente legata ai recenti sviluppi dei mercati finanziari internazionali. Così come per i flussi commerciali, tale percezione è solo parzialmente corretta. Lo sviluppo dei mercati telematici, la liberalizzazione dei movimenti di capitale e le numerose opportunità di investimento nei Globalizers hanno certamente rafforzato le connessioni internazionali dei mercati finanziari, moltiplicando allo stesso tempo le opportunità di crescita e la possibile diffusione internazionale degli shock, distinguendo in questo modo la terza fase di globalizzazione da quelle precedenti. Tale asserzione generale deve essere necessariamente sottoposta al vaglio della analisi storica. Solo in questo modo è possibile evidenziare i caratteri distintivi delle diverse globalizzazioni.

Partiamo dagli investimenti. Come mostrano i dati dell'UNCTAD, il flusso di investimenti diretti all'estero (IDE) si è moltiplicato per otto a partire dal 1985 e la capacità delle imprese di produrre in più mercati nazionali si è estesa dalle imprese di grande dimensione alle medie e alle piccole imprese. Ma ciò non costituisce una novità assoluta. Oggi, come nel 1870, l'elemento cruciale nella spiegazione della crescita degli IDE è la trasmissione dell'informazione, alla quale è associata la possibilità di separare spazialmente le attività di una impresa, non rinunciando al contempo all'accentramento e al controllo del processo decisionale. Nella seconda metà del Diciannovesimo secolo, le comunicazioni via telegrafo aumentarono enormemente le possibilità di controllo da parte della casa madre delle attività delle consociate e ciò favorì enormemente la diffusione degli investimenti produttivi all'estero. Gli IDE, soprattutto inglesi, ma anche francesi, tedeschi, svedesi, seguirono in buona parte le rotte dei flussi migratori e contribuirono ad orientare i flussi commerciali bilaterali. Così come lo era il commercio, il flusso degli IDE era essenzialmente Nord-Sud: movimenti dei fattori e movimenti dei beni mostrano un elevato grado di complementarietà. Nella seconda fase di globalizzazione le cose cambiano e anche il flusso degli IDE assume le caratteristiche di uno scambio intra-industriale Nord-Nord. Gli IDE sia in entrata (75% del totale) che in uscita (97%) si concentrano nei paesi industrializzati e gli IDE verso i PVS passano dal 63% del 1914 al 25% del 1980. Durante la terza fase, i dati sugli IDE mostrano un ulteriore mutamento nelle caratteristiche della distribuzione geografica dei flussi sia in entrata che in uscita. Lo schema Nord-Nord si stempera, il peso degli IDE verso il Sud aumenta in termini relativi e alcuni Globalizers diventano non solo ricettori ma anche fornitori di IDE. Tale mutamento seppur sostanziale ridimensiona solo in parte il ruolo preponderante dei paesi industrializzati. Nella graduatoria delle 200 maggiori imprese multinazionali il 93% appartiene a paesi OCSE e tutte le maggiori operazioni di acquisizione e fusione di imprese multinazionali avvenute nel 2001 riguardano imprese dei paesi OCSE. Il cambiamento più evidente è nella composizione settoriale degli IDE. Alla fine del Diciannovesimo secolo gli IDE si concentravano nel settore agricolo, in quello estrattivo e in quello ferroviario, alle manifatture e ai servizi spettava una minima quota. Alla fine del Ventesimo secolo questi ultimi due comparti coprono il 95% degli IDE.

Dopo gli investimenti è ora di completare il quadro confrontando i flussi finanziari e quelli valutari nelle diverse fasi della globalizzazione. I lavori di Eichengreen e Obstfeld e Taylor sono assai istruttivi. Con l'unica eccezione - ma niente affatto di poco conto - degli USA, della Germania e del Giappone, per la maggior parte dei paesi industrializzati, il periodo di più intensa integrazione finanziaria internazionale non corrisponde alla attuale fase del capitalismo globale bensì al periodo di maggior stabilità dei tassi di cambio ovverosia al regime di gold standard18, tra il 1880 e il 1914. Inoltre, tutta la seconda fase di globalizzazione è caratterizzata da un basso livello di integrazione dei mercati finanziari e da politiche di controllo dei movimenti di capitale(in Europa, con l'eccezione del Regno Unito, e in America Latina). Solo dopo la fine del sistema di Bretton Woods e in particolar modo nella seconda metà degli anno '80 la globalizzazione finanziaria ha ripreso vigore fino a raggiungere i livelli attuali, comparabili con quelli del 1914.

Nulla di nuovo, dunque? Non proprio. La prima sostanziale differenza è proprio nelle politiche di controllo dei movimenti di capitale. Queste, misurate attraverso un indice di restrizione (compreso tra 0 e 100), mostrano una netta variazione di tendenza a partire dalla fine degli anni '80. Tra il 1973 e il 1988 tutti i paesi, industrializzati o Globalizers, adottavano meccanismi di controllo sui movimenti di capitale, mentre a partire dal 1989 vi è una tendenza generalizzata alla liberalizzazione, pressoché totale nei paesi industrializzati, particolarmente rilevante per i paesi asiatici e per quelli dell'America Latina. La liberalizzazione dei movimenti di capitale nella terza fase di globalizzazione fornisce anche una possibile spiegazione di un ulteriore elemento di distinzione rispetto alla fase precedente: la tendenza alla polarizzazione nelle scelte del regime di cambio. In base al trilemma - reso noto da Mundell e da Padoa Schioppa - secondo il quale per un paese è impossibile adottare contemporaneamente un regime di cambio fisso, una politica monetaria autonoma e un elevato grado di liberalizzazione dei movimenti di capitale, la minor rilevanza delle politiche di controllo sui flussi internazionali di capitale rende forzosa la scelta tra un regime di cambio fisso e un regime di cambio perfettamente flessibile.

Inoltre, rimanendo in tema di movimenti di capitale, se tra questi distinguiamo i movimenti di breve da quelli di lungo periodo, la differenza tra la prima fase di globalizzazione e la terza appare in maniera evidente. Quest'ultima è caratterizzata dalla enorme rilevanza dei movimenti speculativi di breve periodo. Un ulteriore elemento di differenza sta nello strabiliante volume di transazioni valutarie effettuate quotidianamente sui mercati internazionali. Il turnover giornaliero che nel 1973 era pari a 15 milioni di dollari è passato nel 1995 a 1 miliardo e 200 milioni di dollari (Economist), una cifra di gran lunga superiore rispetto a quanto necessario per finanziare l'insieme di flussi commerciali, IDE e squilibri mondiali delle bilance dei pagamenti. Il che conferma la rilevanza delle operazioni finanziare di breve periodo. Questa prevalenza del breve sul lungo periodo, della speculazione sull'investimento produttivo, all'interno di un regime di cambi sostanzialmente flessibili (tra blocchi regionali), aumenta l'instabilità potenziale del sistema economico. Ma il ribilanciamento del trade-off tra efficienza e stabilità dei mercati internazionali a favore del primo elemento deve essere un serio motivo di preoccupazione? Una risposta adeguata a questa domanda cruciale non può che essere rinviata alle conclusioni del lavoro; per il momento il primo aspetto di cui tener conto è che il verificarsi di crisi finanziarie non deve essere considerato l'elemento discriminante da cui far dipendere il proprio orientamento. Le crisi finanziarie non sono un fenomeno odierno, ci sono sempre state e ci saranno anche nel futuro. Le diverse caratteristiche delle crisi sono l'ultimo e forse il più rilevante elemento di distinzione tra le diverse fasi di globalizzazione.



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Ultima modifica: 29/03/2007
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