Fonte: "Globalizzazione" di Luca De Benedictis e Rodolfo Helg
Il 23 luglio 2001 Il Corriere della Sera pubblicava un sondaggio sugli orientamenti degli italiani riguardo alla globalizzazione; Il sondaggio riguardava un campione rappresentativo della popolazione italiana in età di voto ed era basato su una inchiesta telematica a 4.582 cittadini italiani. La rilevazione fornisce alcuni spunti interessanti. In primo luogo, la maggioranza del campione dichiara di non aver opinione a riguardo: il 39% degli intervistati infatti risponde «non so». Nel caso in cui ciò fosse adducibile alla carenza di informazione, l'evidenza che della globalizzazione, nonostante l'abuso del termine, si sappia molto poco costituirebbe un primo elemento di riflessione. Un secondo spunto viene invece dal prevalere, tra coloro che una opinione la esprimono, dei responsi negativi (34%) su quelli positivi (27%). Tale indicazione va letta tenendo conto della relativa equidistribuzione delle tre risposte, ciò a dimostrazione di come il tema in questione sia annoverabile tra quelli che "spaccano l'opinione pubblica", temi accomunati dal facile mutamento dalla posizione prevalente. Infine, se si esamina la distribuzione percentuale delle risposte, questa volta condizionandola all'orientamento politico degli intervistati, appare evidente come l'ideologia sia un fattore chiave nello spiegare le opinioni del campione. La maggioranza degli elettori di sinistra considera la globalizzazione in termini negativi (49%), mentre tra gli elettori di centro-destra prevalgono i "non so" (41%) e, in seconda istanza, coloro che la considerano in termini positivi (36%).
Ma su che cosa esprimevano un giudizio gli intervistati? Cosa era per loro "la globalizzazione"? A cosa attribuivano la diffusione del benessere o l'aumento delle disuguaglianze? Rispondere a tali domande è meno semplice di quanto non ci si possa attendere. Come ricorda la Banca Mondiale, non esiste una definizione assodata del termine globalizzazione. Anzi, è proprio l'assenza di tale definizione a favorirne l'uso, la diffusione e l'associazione alle questioni le più diverse. "La globalizzazione" è sulla bocca di tutti, "la globalizzazione" è ovunque: sia essa mito o realtà - e nonostante la perplessità e la ritrosia degli economisti internazionali (sicuramente la categoria professionale più restia all'utilizzazione del termine) «la globalizzazione» esiste, per il solo fatto che tutti sono convinti che esista. Ma questo non è tutto. "La globalizzazione" è il concetto simbolo degli anni '90, «... l'idea chiave con la quale si identifica il passaggio della società umana nel terzo millennio».
Tale indubbia rilevanza simbolica porta insito in sé il rischio di una sovrapposizione tra concetto e epoca storica di cui è simbolo. Ed è proprio la possibile assimilazione tra i due a rendere complessa la risposta alle domande precedenti: i giudizi positivi o negativi espressi nel sondaggio potrebbero in fondo riguardare l'epoca in cui viviamo e potrebbero non esprimere altro che un orientamento sull'evoluzione delle profonde disparità attualmente esistenti tra poveri e ricchi, siano essi individui o paesi. Il giudizio su "la globalizzazione" sarebbe allora solo un giudizio riflesso.
Comunque sia, il punto nodale è che l'assimilazione tra concetto e epoca storica, oltre ad essere - come vedremo in seguito - fondamentalmente errata, contribuisce a sviluppare ciò che Sen chiama fallimento cognitivo derivante dalla coesistenza di un "irragionevole ottimismo" e di un "pessimismo senza fondamento": «L'ottimista testardo tende a sperare che presto le cose migliorino, che l'economia di mercato, che ha portato prosperità in una parte del mondo, finisca automaticamente per estendere a tutti i suoi benefici. "Dateci tempo, non siate così impazienti", dice. D'altro canto il pessimista a oltranza riconosce ed enfatizza la persistenza della miseria nel mondo. Ma egli è pessimista anche sulla nostra capacità di cambiare le cose. "Dovremmo cambiarle, ma a essere realistici, sappiamo che non ci riusciremo", dice. Il pessimismo conduce spesso alla supina accettazione di grandi mali. C'è dunque una convergenza, parziale ma vera, tra l'ottimista testardo e il pessimista incorreggibile. Il primo ritiene che non sia il caso di fare resistenza, il secondo che sia inutile. O come disse James Branch Cabell (di fronte a una manifestazione ben diversa di questo paradosso): «Per l'ottimista viviamo nel migliore dei mondi possibili. Il pessimista teme che sia vero».
È proprio per contrastare l'espandersi di tale fallimento cognitivo che abbiamo deciso di dedicarci alla stesura di questo saggio. Lo abbiamo fatto avendo come obiettivo primario quello di fornire una carta topografica e una bussola per l'esplorazione dell'immenso territorio costituito dalla ricerca accademica, dalle pubblicazioni istituzionali e dalla riflessione sociale sulla globalizzazione. Il percorso della nostra ricognizione, pecca talvolta di rapidità eccessiva, non è tra i più lineari e per scelta non offre una visuale completa dell'ortografia tematica; lo si può considerare quindi come un tour introduttivo, terminato il quale lasciamo al lettore il compito di tracciarne e percorrerne uno proprio maggiormente articolato.
Da un decennio a questa parte gli scaffali delle librerie si sono riempiti di libri il cui titolo fa riferimento alla globalizzazione. Molti sono interessanti, altri invece francamente deludenti. Una buona parte esordisce sostenendo - come nella pubblicazione della Banca Mondiale a cui abbiamo fatto riferimento in precedenza - che del termine globalizzazione non esiste una definizione assodata. La maggior parte fornisce in immediata successione una propria definizione fresca di conio. Quella elaborata da Robertson può costituire un buon punto di partenza: «Con globalizzazione ci si riferisce sia alla compressione del mondo sia all'intensificarsi della coscienza del mondo come un tutt'uno». Tale definizione, centrata sulla dimensione spaziale e sulla sua percezione, è esemplificativa di tutta quella letteratura associata alla «morte della distanza», alla one-worldness, all' «... intensificarsi delle relazioni sociali che uniscono nel mondo luoghi distanti tra loro, in modo tale che ciò che accade a livello locale sia influenzato da ciò che accade a migliaia di chilometri di distanza». Ciò che tale definizione enfatizza è come ora il mondo sia più piccolo e come ciò che prima era lontano ora lo sia meno. Sebbene tale definizione possa riferirsi ai piani più diversi delle relazioni sociali, da quelli politici e militari a quelli culturali, è sul piano strettamente economico che questa trova la sua essenza. La globalizzazione è fondamentalmente un fenomeno economico: è la tendenza dell'economia ad assumere una dimensione mondiale, anche se poi il fenomeno economico della crescente integrazione dei mercati dei beni, dei servizi e dei fattori produttivi può dar luogo a implicazioni politiche, culturali e ambientali.
Detto questo, la definizione di globalizzazione aderisce alla realtà economica odierna? La dimensione globale e quella locale sono oramai sovrapposte? Il mondo è veramente diventato così piccolo?
Partiamo dalla prima domanda. Se il punto di vista è quello dei paesi industrializzati e di una parte dei paesi in via di sviluppo (PVS), la risposta è senz'altro positiva. Il commercio internazionale ha un peso rilevante e cresce in genere ad un ritmo più sostenuto di quello dei redditi nazionali; il paniere di beni acquistati dai cittadini di un paese è in parte composto da beni prodotti in altri paesi, siano essi beni finali o beni intermedi utilizzati nella produzione nazionale; il portafoglio finanziario dei risparmiatori nazionali è composto anche da titoli esteri; imprese multinazionali sono presenti sul mercato nazionale e lavoratori stranieri partecipano al mercato del lavoro nazionale; le imprese possono scegliere di localizzare fasi diverse della produzione in luoghi geograficamente distanti e sono evidenti i fenomeni di agglomerazione produttiva legati alla presenza di economie di scala. Ma anche se tutti gli elementi esposti caratterizzano l'economia contemporanea, la visione d'insieme generalmente proposta dai mass media è enormemente esagerata.
La risposta alla seconda e alla terza domanda è conseguente. Il "globale" e il "locale" sono ancora dimensioni ben distinte e il mondo non è poi così tanto piccolo da rendere irrilevante la differenza tra nazionale e internazionale. Vale la pena fermarsi un istante su questo punto. Tra i programmi di ricerca maggiormente sviluppati dall'ultima generazione di economisti internazionali ve ne sono due che riguardano direttamente la questione che stiamo affrontando. Il primo viene classificato con il termine home bias, con il quale si identifica la motivazione razionale sottostante l'evidente preferenza - nella produzione, nel consumo e nell'allocazione del risparmio - per ciò che è locale; il secondo riguarda l'utilizzazione di una "equazione gravitazionale" - in cui la distanza è esplicitamente considerata come variabile esplicativa - nella stima dei flussi commerciali bilaterali.
Partiamo dall'home bias. Feldstein e Horioka, in un lavoro del 1980, misero in evidenza un puzzle finanziario: in tutti i paesi esaminati, la composizione del portafoglio finanziario dei risparmiatori mostrava una quota di titoli esteri di molto inferiore rispetto a quanto prevedibile in base ad una diversificazione ottimale. Il puzzle aveva delle ovvie implicazioni in termini di movimenti internazionali di capitale: una eventuale contrazione del risparmio nazionale non sarebbe stata compensata da un afflusso di capitali dall'estero ma avrebbe dato luogo ad una contrazione di entità pressoché equivalente negli investimenti nazionali. In termini di finanza l'home bias è un indicatore della imperfetta mobilità dei capitali e della rilevanza della distanza (per lo meno quella associata alla imperfezione dell'informazione) e dei costi di transazione nel limitare i movimenti internazionali di capitale. L'home bias non è unicamente un fenomeno finanziario. La dinamica dei processi di agglomerazione e di diffusione della produzione nello spazio è legata alla rilevanza economica della distanza in termini di barriere commerciali e costi di trasporto (Fujita, Krugman e Venables) e anche in termini di consumo esiste una sostanziale evidenza empirica della presenza di un home bias nelle preferenze dei consumatori (Brülhart e Trionfetti). Stime recenti del coefficiente di elasticità di Armington - il quale misura il grado di sostituzione tra i beni importati e i beni nazionali concorrenti - indicano un coefficiente di lungo periodo compreso, a seconda dei settori, tra lo 0,53 e il 4,83 (McDaniel e Balistreri). Inoltre, Head e Mayer, identificano nell'home bias delle preferenze dei consumatori una delle cause più rilevanti della frammentazione dei mercati in Europa, e i lavori di Helliwell, McCallum e Wei indicano che gli scambi tra regioni di uno stesso paese sono in generale un multiplo del volume di scambi tra paesi diversi anche geograficamente contigui.
Nel secondo programma di ricerca (Bergstrand; Evenett e Keller), parzialmente collegato al primo, il ruolo della distanza è ancor più evidente. Infatti, il termine "gravitazionale" associato alla specificazione della funzione di stima deriva dal fatto che il flusso degli scambi internazionali tra due paesi viene fatto dipendere positivamente dalla "massa economica" dei due paesi (il PIL) e negativamente dalla distanza tra i paesi. Ma anche se la distanza non ha perso del tutto rilevanza e il mondo è assai meno piccolo di quanto supposto dalla one-worldness è anche vero che la percezione del ridimensionarsi dell'elemento spaziale nelle relazioni umane si manifesta in relazione simbiotica con la percezione di nuove opportunità e soprattutto di nuovi rischi. Se la percezione dei secondi risulta prevalente - come abbiamo visto nei dati del sondaggio - ciò è dovuto alla evidente asimmetria temporale nel ponderare i rischi (presenti) e le opportunità (future). È come se la globalizzazione venisse percepita come un fenomeno inarrestabile e del tutto nuovo il cui effetto sugli individui è un aumento nel grado di incertezza con cui attuano le scelte presenti. Tale suggestione - denominata Globaphobia (Burtless, Lawrence, Litan e Shapiro) - è però fondata su due percezioni errate. La prima è che la globalizzazione sia un fenomeno nuovo; la seconda è che sia irreversibile. Mettere il tutto in una prospettiva storica può aiutare a distinguere tra ciò che è mito e ciò che è realtà.
[ Indice ] Pagina Successiva »»
ECONOMIA INTERNAZIONALE » Globalizzazione: introduzione e definizione
Ultima modifica: 29/03/2007
Pagina letta 2336 volte
Info e sugerimenti: e.pillole.info@gmail.com